La via dei Romei

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Che cosa accade se la musica popolare quella vera, quella dei matrimoni, delle feste sull’ aia, esce dai casali, dalle piazze di paese e arriva in un teatro dai velluti rossi?
Accade che la gente, i cittadini, riempiono il teatro e, a quello spettacolo, per loro oramai inconsueto, si divertono moltissimo.
E’ successo l’ altra sera, nella stagione della Filarmonica, al teatro Olimpico strapieno per La via dei Romei, favola in musica dell’ infaticabile Ambrogio Sparagna, compositore, musicologo, suonatore d’ organetto. In molti erano senza dubbio lì per la presenza di Francesco De Gregori (nella parte del cantastorie), ma alla fine gli applausi, lunghissimi, sono stati per tutti, ripartiti in sonorità quasi eguali tra i due cori diretti da Anna Rita Colaianni, i musicisti con al centro lo stesso Sparagna, De Gregori, l’ attore Gianni Iacobacci (nella parte del narratore), la voce magica di Lucilla Galeazzi (come Chiarastella) e il tamburello acrobatico di Carlo Rizzo.
“La via dei Romei” narra le “meravigliose avventure” di Crispino e Procopio sulla strada che nel Medioevo collegava Roma all’ Europa.
I due decidono di rapinare i viandanti fino al momento in cui qualcuno rivela loro l’ esistenza di una città dalle grandi ricchezze. Crispino e Procopio si mettono in cammino, ma appare loro Chiarastella che cerca di convincerli a dirigere il loro viaggio sulla via della saggezza, non verso la ricchezza. Ovviamente i due non la ascoltano e si incamminano verso avventure disgraziate che avranno però, come in ogni favola che si rispetti, un lieto fine. L’ operina è in forma di oratorio; così fu rappresentata al teatro Alighieri di Ravenna nel dicembre scorso (e registrata dal vivo per un disco che esce in questi giorni). Non ci sono scene, non ci sono costumi: unica nota scenografica è la tuba che De Gregori tiene calcata sulla testa.
E basta, con i due grandi cori sullo sfondo, a riempire il palcoscenico. Perché certa musica vive senza gestualità, lascia libera la fantasia di ognuno di ricordarne di antichissime.

 

Laura Putti
Repubblica, 1997

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